Un vecchio trattore agricolo, un arazzo dell’anno Mille e un’incisione sulla pietra di tremila anni fa. Cosa unisce questi tre elementi così distanti nel tempo?
Nel nuovo episodio della nostra video-rubrica “Segni nel Buio”, abbiamo voluto gettare una luce del tutto nuova su un oggetto misterioso che affolla la parte alta della Rupe Magna: i rastrelliformi. Attraverso una narrazione visiva che gioca con le ombre e la storia, compiamo un viaggio a ritroso per scoprire come gli strumenti legati alla lavorazione della terra affondino le proprie radici in un passato millenario.
Se guardiamo la fotografia di un mitico Trattore Fiat 25 R Diesel del secondo dopoguerra mentre traina un erpice, avvertiamo subito il senso del lavoro e della preparazione dei campi. I denti dell’erpice frantumano le zolle lasciate dal vomere, preparando il letto di semina.
Facendo un balzo all’indietro fino all’XI secolo, ritroviamo questa stessa identica necessità agraria nel celebre Arazzo di Bayeux: tra le scene ricamate che narrano la vita del Medioevo, i dettagli dedicati agli strumenti da campo ci mostrano la persistenza millenaria di queste forme dentate, nate per livellare e domare il terreno prima della semina.
L’enigma dei rastrelliformi della Rupe Magna
Ma cosa succede se cerchiamo l’origine di queste forme a pettine nella preistoria? Per scoprirlo dobbiamo andare sulla maestosa Rupe Magna del Parco delle Incisioni Rupestri di Grosio e Grosotto.
Illuminando la roccia con la nostra luce radente, emergono dal buio i celebri rastrelliformi: figure composte da un fusto principale da cui partono segmenti paralleli. Qual era il loro significato?
È proprio qui che il dibattito archeologico si fa affascinante, muovendosi tra due diverse sponde interpretative. Se in Valcamonica, sulla Roccia 1 di Naquane, lo studio di A. Martinotti evidenzia la presenza di incisioni a forma di paletta, orientando l’interpretazione verso una chiara funzione liturgica e rituale (instrumentum rituale), a Grosio lo scenario cambia. Sulla Rupe Magna non ci sono palette, ma forme a rastrello. Ed è lo stesso Martinotti a suggerire per queste figure della Valtellina un’interpretazione decisamente più concreta e legata alla sussistenza, accogliendo l’ipotesi che i rastrelliformi possano essere interpretati proprio come possibili frangizolle o erpici primitivi.
Un segno che si fa luce
Con la rubrica Segni nel Buio vogliamo mostrare proprio questa straordinaria continuità: la dentatura di un erpice trainato dal Fiat 25 R o lo strumento ricamato a Bayeux non sono altro che l’evoluzione storica di una risposta tecnologica che gli abitanti della Valtellina avevano già impresso sulla Rupe Magna tremila anni fa.
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Crediti fotografici e fonti scientifiche dell’episodio
Per la realizzazione del video e di questo articolo sono stati utilizzati materiali d’archivio e studi specialistici. Si ringraziano i rispettivi autori e istituti:
- Trattore Fiat 25 R Diesel dotato di erpice: Archivio Storico del Touring Club Italiano.
Scena di lavoro agricolo (XI secolo): Particolare dell’Arazzo di Bayeux – Musée de la Tapisserie de Bayeux.
Documentazione fotografica etnografica: Lombardia Beni Culturali / Museo della Civiltà Contadina “Dino Gregorio” (Mairano).
Riferimenti scientifici: A. Martinotti, “Instrumentum rituale. Simbologia ed ideologia della ‘paletta’ nell’Italia protostorica tra archeologia ed arte rupestre”, in E. Anati (a cura di), XXIII Valcamonica Symposium, Capo di Ponte, 2009.
Termine di confronto (Naquane): Capo di Ponte, Naquane: roccia 1. Particolare della parte superiore del grande pannello centrale con scena coinvolgente palette, antropomorfi, canidi e telai (X-VIII sec. a.C.) – Dall’articolo di A. Martinotti.